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Il fiore malato che cresce a Milano

Il fiore malato che cresce a Milano

Intervista alla psicoterapeuta Romina Coin: gli ultimi casi di stupro di imprenditori o uomini di successo rivelano un baco nella società del rendimento e delle performance. Senza più ideologie, nell’epoca dei like, soffriamo il cortocircuito del desiderio - di Paolo Colonnello

10/11/2021
La Stampa
Modelli che si impongono: successo, potere, ricchezza. Modalità che si ripetono: droga, stupri, violenze. In spregio a qualsiasi regola di buon senso, perfino criminale: quale balordo si sognerebbe mai di violentare una ragazza nella propria camera da letto nel bel mezzo di una festa data in terrazza? Oppure in salotto mentre nell’altra stanza il figlioletto gioca con la propria madre? O ancora mentre si tenta di vendere un box a due genitori conosciuti davanti alla scuola del figlioletto? L’ultimo caso dell’immobiliarista di via Montenapoleone che ha drogato una coppia per violentare la donna, sembra essere l’anello di una catena che non sembra destinata a spezzarsi facilmente.
 C’è un fiore malato che cresce all’ombra dei grattacieli di Milano e che non ha un nome preciso ma radici che affondano nei valori distorti di una società sempre più esigente e performante e che allarma psicologi e psicanalisti alle prese con una nevrosi collettiva che ha come risultato un aumento dei casi di violenza al di fuori degli standard criminali classici. Romina Coin, psicoterapeuta, direttrice e docente della Scuola di Specializzazione in Psicoanalisi della Relazione (SIPRe), ne parla con grande preoccupazione.

Siamo alle prese con un fenomeno sociale, dottoressa?
“Anziché di un fenomeno parlerei più di un’emergenza e di un problema ormai molto diffuso che va ben oltre Milano. Dove c’è più potere e mezzi questo rapporto di uso e sfruttamento dell’altro viene estremizzato ma non è che le cose vadano meglio nelle fasce meno abbienti. Esiste una malattia delle relazioni interpersonali che ormai attraversa tutta la società e si manifesta nella pulsione a seguire il piacere del momento, che sia la sniffata di coca o lo stupro”.
Ma che consapevolezza hanno questi individui di ciò che fanno?
“Direi scarsa o nulla. Alla fine si tratta di persone schiacciate e amputate dalla possibilità di sperimentarsi nella loro umanità, di essere se stessi. Devono avere successo, devono portare risultati, devono fare soldi.  Sconfinano in forme di criminalità cui non siamo abituati perché sono l’esito di una sofferenza terribile, silenziosa, quella di chi non ha nemmeno le parole per concepirla. Sono semplicemente appiattiti sui modelli ideali che annichiliscono l’esperienza soggettiva di sé. E questo produce un vuoto e un’angoscia da riempire a qualsiasi costo”.
E quali sono questi modelli?
“I soliti: potere, successo, possesso. Diventati modelli culturali veri e propri per i quali apparentemente non esistono più contraltari ideologici, che fino a qualche decennio fa erano in grado di dare un senso e di strutturare un’esistenza. Il senso del dovere, dell’autorità, il senso di appartenenza a una collettività: si pensava che il loro superamento avrebbe prodotto emancipazione, maggiori spazi di pronunciamento individuale. Senonché abbiamo registrato l’aberrazione di tutto questo giungendo a un’affermazione di sé fine a se stessa, vuota, che ha prodotto individui sganciati da un sentimento di connessione con gli altri. E’ finita che “l’io” è diventata l’unica misura delle cose. Il sociologo Baumann ha parlato di identità liquide, che è un concetto che rappresenta bene questa mancanza di una centratura e di un radicamento individuale”.
Perché lo stupro?
“Perché c’è un cortocircuito del desiderio, un desiderio che non è più in contatto con la realtà, che è fine a se stesso. Così ecco l’abuso di sostanze psicotrope, di droghe. Lo vediamo nella società: è un mondo organizzato sul “tutto è possibile”, “tutto subito”. Prevale la sensazione di essere noi stessi la misura della realtà, per cui non esistono più dei punti fermi o dei limiti; non c’è il senso del tempo, dell’attesa, della frustrazione. E questo caratterizza molto le relazioni interpersonali: l’altro diventa un limite, un ostacolo, uno strumento al servizio di un’affermazione sterile di sé. Non c’è più lo spazio interiore per una elaborazione dell’esperienza di sé e questo spiega molte forme patologiche attuali”. 
Esiste una spiegazione a tutto ciò?
 “Le spiegazioni possono essere molte ma tra queste c’è sicuramente l’accelerazione del progresso tecnologico, che apre scenari inediti e ancora tutti da imparare a gestire, la rivoluzione digitale, la diffusione dei social... Oggi ci si innamora on line, si fa sesso on line, ci si lascia online… sono cambiamenti epocali che non abbiamo ancora compreso mentre già appartengono al bagaglio culturale dei giovani”.
Però questi stupratori di successo non sono poi così tanto giovani…
“Appunto per questo sono da considerarsi in un certo senso delle “vittime” a loro volta, anche se da non confondersi naturalmente con le vittime vere e proprie... Viviamo in un mondo molto duro, perché è un mondo alienante, e per quanto si proclami la cultura della diversità e dell’inclusione, come avviene particolarmente a Milano, siamo tutti esposti a queste logiche che sono penetranti e diffuse e che non tutti hanno la forza di riconoscere e contrastare.”
In che modo penetrano nel tessuto sociale?
“Fin dalla più tenera età, perché sono modelli cui si è esposti già a scuola: non a caso improntata innanzitutto sulla misura della prestazione. Talvolta non viene visto il bambino, la persona e in questi casi prevale la necessità (del sistema scolastico e spesso dei genitori stessi) di verificare e potenziare il rendimento, tralasciando altri aspetti non meno cruciali ai fini della crescita e di una qualità dell’educazione scolastica. E quando la misura è data dal successo, qualsiasi sia la realtà in cui ci muoviamo, perdiamo il senso del valore intrinseco del nostro esistere: vali se hai successo, se prendi like. E in questo momento sono rare delle proposte culturali altrettanto potenti ma capaci di andare controcorrente, di contrastare queste logiche”.
Perché tutto ciò accade soprattutto a Milano?
“Sicuramente perché Milano pompa moltissimo su questi valori: non esisti se non corrispondi a questi ideali in una certa Milano. Ma penso che alla fine tante violenze avvengono anche nei paeselli di provincia. Quanti femminicidi si consumano nelle nostre ricche province del nord? Come vede, si tratta di un fenomeno che va oltre i confini metropolitani”.
La cocaina svolge un ruolo importante?
“Sicuramente, la coca è la droga che accelera, disinibisce crea un senso di onnipotenza e certamente sostiene molto queste condotte già di per sé al limite, e inebrianti perché sganciate da qualsiasi senso di responsabilità. Ma se il soggetto è azzerato non può esserci un senso di responsabilità. E purtroppo oggi questo senso di responsabilità rischia di fondarsi semplicemente sulla regola, sull’obbligo, sul dovere. E infatti poi abbiamo le grandi ribellioni a qualsiasi forma di imposizione, come ad esempio quella dei no vax. Ciò accade perché manca la costruzione di un senso di responsabilità che si regga su un sentimento di sé, come motivazione autonoma”.
Eppure non mancano affermazioni e proclami sulla tolleranza, sull’inclusione. Perché non fanno presa?
“Perché è non sono accompagnati da cambiamenti concreti. Infatti qui vediamo proprio anche la crisi della sinistra e della politica più in generale: si vive di fazioni, è solo una partita di potere: c’è chi vince e c’è chi perde. Non c’è un bene comune da difendere. Credo che la radice di questi fiori del male si possa cogliere a tutti i livelli della nostra società”.
 
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